Melfi è un comune della provincia di Potenza, secondo per numero di abitanti dopo il capoluogo di provincia e quarto della Basilicata dopo Matera e Pisticci. Città prettamente medievale, è attraversata dal fiume Ofanto, che divide la Basilicata dalla Campania e dalla Puglia. Melfi (precisamente la sua frazione S. Nicola) è anche nota per l'importante polo industriale SATA, che ospita il più grande stabilimento FIAT del continente europeo, rendendo il comune uno dei centri più produttivi della Basilicata. Nel 2006 è stato avanzato dai senatori Guido Viceconte e Vincenzo Taddei un disegno di legge per l'istituzione della provincia di Melfi, attualmente in atto.
Storia
Antichità
Le origini storiche di Melfi, seppur sicuramente remote, sono avvolte nel silenzio delle fonti. Nel nome si ritrova la radice italica malp-, o melph-, probabilmente il nome di una divinità legata al culto delle acque. La sua collocazione strategica rende probabile che una roccaforte vi sorgesse già in tempi preromani; si trova infatti sulla direttrice che dal mare Adriatico passa sotto le antiche città di Canosa, Lavello, poi dopo Melfi si dirige verso l'interno montagnoso. Il luogo inoltre è formidabilmente fortificato dalla natura, ricco di acqua e fertile. Alcuni ritrovamenti di tombe in un'area adiacente al castello, zona Chiuchiari, ora esposte nella sezione preromana del Museo Nazionale del Melfese, e sulla collina dei Cappuccini, ora esposte al museo archeologico di Taranto, sembrano confermare questo assunto. L'abitato di Melfi risulta incluso in epoca romana nel territorio della Colonia di Venusia, fondata nel 291 a.C.. Dopo la caduta dell'Impero Romano l'area diventa ancora più importante, sulla cerniera fra i possedimenti dei Bizantini nell'Italia meridionale e i territori longobardi. La posizione si rivela vitale per il controllo delle ricche città costiere della Puglia, come Canosa, Trani, Il grande Santuario del Monte S. Angelo. La lotta che si svolge fra i Bizantini e Longobardi del Principato di Benevento e di Salerno vede Melfi passare da un dominio all'altro.
I Normanni
Normanni All'inizio dell'XI secolo fanno la loro apparizione in meridione delle bande di mercenari composte da Normanni, fra tutti i celebri Rainulfo Drengot, che diviene conte di Aversa e i membri della famiglia Altavilla, che diretti in Terrasanta sostano in queste regioni e approfittando delle guerre fra i vari ducati e principati, mostrano le loro capacità combattive e vi rimangono come padroni. Nel settembre del 1042, Guglielmo Braccio di Ferro e gli altri capi normanni si rivolgono al duca longobardo Guaimaro di Salerno per ottenere il riconoscimento ufficiale della conquista del territorio di Melfi. In cambio accettano di prestare omaggio come vassalli. Ansioso di ostacolare i tentativi espansionistici di un altro Normanno, Rainulfo d'Aversa, Guaimaro ratifica (1043) l'alleanza con gli Altavilla. Il territorio di Melfi viene assegnato a dodici "condottieri", cioè dodici baroni, indipendenti l'uno dall'altro, che governano in modo collegiale, e giurano di prestarsi assistenza reciproca. Ognuno deve erigersi un palazzo in un differente settore di Melfi, che resterà però indivisa. I feudi vengono attribuiti a seconda del rango e del merito: Ascoli Satriano spetta a Guglielmo, Venosa a Drogone e così via. Guglielmo d'Altavilla, che si fregia del titolo di conte già dal 1042, sposo della nipote del duca di Salerno, è comunque fin dall'inizio in posizione dominante. La famiglia degli Altavilla parte da qui alla conquista dell'intero meridione d'Italia e della Sicilia. Questa età rappresenta l'apice della fortuna di Melfi, che, anche se presto abbandonata per Palermo, diventa un centro del potere normanno e capitale del ducato di Puglia e Calabria (Caput Apuliae, già sede della contea di Puglia). Con i Normanni, Melfi è sede di cinque Concili ecumenici tra il 1059 e il 1101. Nel I concilio indetto da Niccolò II nel 1059 vengono riconosciuti tutti i possedimenti conquistati dai Normanni e dal canto suo Roberto il Guiscardo offre il proprio vassallaggio alla Chiesa. Questa aperta dichiarazione di vassallaggio del regno meridionale al Papa, allora solo simbolica data la grande potenza dei Normanni, influenzerà tutta la successiva storia del Meridione d'Italia. Nel III concilio indetto da Urbano II nel 1089, oltre a varie regole ecclesiastiche indette dal Papa come l'ennesimo richiamo all'obbligo di celibato per il clero, viene bandita la Prima Crociata.
Gli Svevi
Ai Normanni succedono gli Svevi con l'imperatore Federico II Hohenstaufen, figlio di Enrico VI di Svevia e di Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II d'Altavilla. Federico II, pur privilegiando Palermo come i suoi avi Normanni e iniziando, con la fondazione della Studium lo sviluppo di Napoli come capitale della parte continentale del suo regno, decise di promulgare dal Castello di Melfi le Costituzioni di Melfi (o Constitutiones Augustales), codice unico di leggi per l'intero regno di Sicilia, opera di enorme importanza nella storia del diritto. Il codice, opera principalmente del protonotaro e logoteta Pier delle Vigne, ma con contributi di tutta la corte e dello stesso sovrano, ha il nome ufficiale di Constitutiones Regni Utriusque Siciliae. Il sovrano svevo trascorse a Melfi e dintorni (soprattutto al castello di Lagopesole) i momenti di relax, dato che le foreste del Monte Vulture erano particolarmente adatte per il suo svago preferito: la falconeria. Federico utilizzò il castello come tesoreria regia, (servì a lungo per conservare il frutto delle imposizioni accollate alle comunità della Basilicata) e, tipicamente, come prigione, visto che il saraceno di Lucera Othman vi fu rinchiuso finché non sborsò 50 once d’oro per esserne tratto fuori. Nel 1232 vi ospitò il marchese di Monferrato e sua nipote Bianca Lancia, donna molto amata da Federico II da cui ebbe il figlio naturale Manfredi (nato a Venosa); nel 1241, vi trattenne come prigionieri di riguardo due cardinali e numerosi vescovi francesi e tedeschi che avrebbero dovuto partecipare ad un Concilio convocato dal Papa per deporlo.
Gli Angioini e gli Aragonesi
A seguito della Battaglia di Benevento e poi della battaglia di Tagliacozzo che decretano l'estinzione della discendenza maschile degli Hohenstaufen, la famiglia di Carlo d'Angiò si installa da padrona nel Regno, facendo di Napoli la nuova capitale e tagliando netto col passato normanno-svevo. Melfi ormai scivola sempre più in secondo piano anche se il castello viene potentemente ampliato e ristrutturato. Nella zona i partigiani degli Hohenstaufen sono infatti ovviamente molto attivi, e causano molti fastidi agli angioini, facendo leva sul sentimento popolare e sulla scarsa simpatia riscossa dagli avidi "francesi". Tra Angioini e Aragonesi la partita venne giocata prevalentemente sul mare e sul versante tirrenico, ma Melfi rimase comunque un ricco territorio da assicurarsi. Sotto la dominazione aragonese nel castello si tennero alcune riunioni durante la sanguinosa Congiura dei baroni contro re Ferrante D'Aragona e suo figlio. Nel corso della guerra tra la Francia di Francesco I e la Spagna di Carlo V per la conquista del regno di Napoli, l'esercito francese di Pietro Navarro e del Maresciallo di Francia Odet de Foix visconte di Lautrec portò a compimento, tra il 22 e il 23 marzo 1528, il sanguinoso assedio di Melfi, passato alla storia come "La Pasqua di sangue". Visto respinto un attacco dalla parte delle Serre (colline tra Melfi e la Puglia), l'oste francese ritornò all'attacco con le artiglierie e irruppe prima nella cerchia muraria urbana, massacrando gran parte della popolazione, poi si diresse verso il castello, dove si era rifugiato con le milizie superstiti il Principe di Melfi, Sergianni Caracciolo, che vista l'inutilità della resistenza e per salvarsi la vita, si schierò con loro. La città, saccheggiata e bruciata, fu abbandonata per mesi e si dovette ricorrere a speciali incentivi per ripopolarla; vennero emessi due editti: uno che invitava le popolazioni di città limitrofe a ripopolarla ed un secondo che esentava la città di Melfi, per la sua fedeltà agli Aragonesi, al pagamento delle tasse per 12 anni. Ancora oggi vive nel folklore melfitano la leggenda della eroica quanto vana impresa di Battista Cerone detto Ronca Battista, che, si racconta, armato della propria roncola fece strage di francesi che tentavano di introdursi nella città per una piccola breccia. A tal proposito va ricordata la processione della Pentecoste che alle prime luci del mattino vede la popolazione recarsi in montagna presso la chiesetta dello Spirito Santo, in ricordo della fuga dei melfitani per trovare scampo nei boschi del Vulture, e il loro ritorno in città dopo la riconquista da parte degli Aragonesi e la cacciata degli Angioini.
I Doria
A seguito di questi eventi, alla fine della guerra la città perse definitivamente di importanza. Il 20 dicembre 1531, il re aragonese Carlo V confiscò a Caracciolo il Principato di Melfi e lo conferì al nobile genovese Andrea Doria (i cui discendenti lo mantennero, insieme al castello, fino al 1950), onorato dal sovrano per aver combattuto con successo per la sua causa e sostenuto le spese per l'allestimento dell'esercito. Ad ogni modo, il governo dei Doria non portò alcun beneficio a Melfi e, al contrario, ci fu un forte depauperamento dell'economia locale, causa i meri interessi personali del nuovo principe e dei suoi governatori. Il ceto basso dovette subire un'enorme pressione fiscale sui beni di prima necessità, sulla produzione e circolazione di merci, sugli immobili e sui dazi. I Doria restarono signori di Melfi fino alla fine del sistema feudale e mantennero proprietà e latifondi fino alla riforma agraria degli anni cinquanta. Da quel periodo in poi la città conobbe un consistente declino che durò per secoli, il commercio andava scemando e gli investimenti privati e pubblici divennero sempre più rari. Il tutto venne aggravato dalla grande depressione economica del XVII secolo che colpì l'intera area del Mediterraneo, ove Turchi, Saraceni e Spagnoli mantenevano ben saldi i propri domini.
Dal brigantaggio ai tempi moderni
L'unità d'Italia segnò per Melfi, come tutta la Basilicata e gran parte del sud Italia, uno stato di grave povertà ed isolamento. Tutto ciò portò al brigantaggio, a quel tempo largamente diffuso nel meridione e in Basilicata, anche se Melfi risentì meno di questo fenomeno rispetto ad altre città lucane come Rionero, Barile, Atella e Avigliano. Tuttavia si distinse tra i briganti di Melfi Michele Schirò, un contadinello che, a soli 13 anni, imbracciò le armi seguendo la "banda Casaletta". Ben presto i flussi migratori verso le Americhe peggiorarono ulteriormente la situazione. Il 19 luglio 1868 nacque a Melfi Francesco Saverio Nitti, presidente del consiglio tra il 1919 ed il 1920, nonché più volte ministro e (assieme al rionerese Giustino Fortunato), uno dei fautori lucani della questione meridionale. Il terremoto del 23 luglio 1930, che colpì le province di Avellino e Potenza, ebbe effetti devastanti su Melfi, che fu il comune del Vulture maggiormente danneggiato. Molti monumenti come palazzi, cinta murarie, chiese e conventi vennero rasi al suolo dal sisma e non vennero mai più ricostruiti, a parte la Cattedrale che subì massiccie restaurazioni. Dopo la seconda guerra mondiale, la riforma agraria portò un piccolo miglioramento economico ma l'effetto sortito durò per poco tempo, a causa delle emigrazioni verso il nord Italia ed il nord Europa negli anni cinquanta e sessanta. Dopo un lungo periodo infausto, per Melfi iniziò ad aprirsi uno spiraglio di luce sul finire degli anni ottanta, con l'arrivo della Barilla e poi dell'area industriale SATA nella sua frazione San Nicola, ove venne installato un grande stabilimento FIAT. In caso di ulteriore ampliamento del numero delle province in Italia, la città di Melfi è stata prescelta come terza provincia lucana dopo Potenza e Matera. Un decreto legge passato all'esame di Camera dei Deputati e Senato potrebbe consentire alla città e alle zone limitrofe ulteriore sviluppo economico e culturale.
Monumenti
Porta Venosina
Porta Venosina Il centro storico è interamente circondato da mura costruite dai Normanni, delimitate da torri di avvistamento che si estendono per oltre quattro chilometri. Il circuito segue l'orlo del pianoro su cui fu costruita la città, cinto da ogni parte da scoscendimenti, a tratti da veri e propri precipizi. Non ci sono esempi simili in tutto il meridione. Purtroppo un devastante terremoto del 1930 ha seriamente compromesso la struttura. Lungo la cinta muraria, si aprivano sei porte, di queste l'unica ancora in buono stato è la Porta Venosina, così definita perché da essa partiva un percorso che conduceva verso Venosa e la via Appia. Alla destra dell'ingresso è osservabile lo stemma di Melfi e, a sinistra, quello dei Caracciolo che restaurarono le mura a fine 400. Federico II vi fece costruire una lapide che decantava la gloria e la grandezza della città, sostituita più tardi da Giovanni II Caracciolo con quella ancor oggi visibile. Oltre alla Porta Venosina sono presenti i pochi resti della Porta Troiana e della Porta Calcinaia, la cui origine è probabile che risalga al periodo tardoromano.
Episcopio
Eretto dai normanni intorno al 1093, è stato ampliato dal vescovo di Melfi, Gaspare Loffredo, tra il 1472 ed il 1480, poi da Matteo Bramano ed in parte rifatto in stile barocco dai vescovi Antonio Spinelli e Pasquale Teodoro Basta. Da notare la presenza dell'ampio giardino recintato voluto dal vescovo Mario Rufino, il salone degli stemmi ideato dal vescovo Pasquale Teodoro Basta, la sala del trono con le pareti affrescate, la fontana del tardo 700 che adorna il cortile interno e l'ampio scalone a forbice. All'interno i saloni ospitano oggi una pinacoteca composta da dipinti di soggetti religiosi e laici che vanno dalla scuola di Nicola da Tolentino a Cristiano Danona.
Le chiese rupestri
Tra le chiese rupestri merita maggior attenzione quella di Santa Margherita, interamente scavata nel tufo e risalente al 1200. Fu scoperta da Gian Battista Guarini ed è colma di affreschi su tutte le pareti tranne nelle cappelle vicine alla zona absidale. Tra i soggetti raffigurati sono da menzionare S. Margherita (sopra all'altare principale), l'arcangelo Michele, la Madonna con Bambino, S. Giovanni Battista e Cristo in Trono. Nella cappella appaiono tre figure laiche in tenuta da falconieri, che, per il critico napoletano Raffaele Capaldo, sono i componenti principali della famiglia imperiale sveva: Federico II, sua moglie Isabella d'Inghilterra ed il figlio dell'imperatore, Corrado IV. Sono da menzionare altre chiese rupestri come quella Delle Spinelle e di Santa Lucia, entrambe con affreschi dei secoli XIII e XIV.
Economia
Agricoltura
Le colture principali sono i seminativi ed estesi boschi di castagni alle falde del vulcano spento Monte Vulture. Le colline, alle falde del vulcano, sono coltivate a vigneto e oliveto. Dai vigneti deriva l'apprezzato vino rosso Aglianico del Vulture DOC. La zona di produzione dell'Aglianico del Vulture comprende, oltre Melfi, l'intero territorio dei comuni di Rionero in Vulture, Barile, Rapolla, Atella, Ripacandida, Ginestra, Maschito, Forenza, Acerenza, Venosa, Lavello, Palazzo San Gervasio, Banzi, Genzano di Lucania. Importante anche la coltivazione dell'olivo, ove viene prodotto l'olio "Vulture", che recentemente ha ricevuto il marchio DOP. Anche questo prodotto non si limita alla sola zona di Melfi, ma si estende ad altri comuni del Vulture come Barile, Rionero, Rapolla, Atella e Ripacandida. Tuttavia, il prodotto che Melfi vanta maggiormente è il "marroncino", un tipo di castagna a forma tondeggiante perlopiù simmetrica, dalla buccia di color marrone lucido con evidenti striature e dalla polpa croccante. Il marroncino è parte integrante della tradizione culinaria melfitana e fa da base a varie ricette dolci e salate.
Industria
L'industria, scarsa fino agli inizi degli anni '90, ha visto un forte impulso nella frazione S. Nicola. Qui è stato realizzato un importante distretto industriale, dove tra installazioni medio piccole è stata costruita tra il 1991 ed il 1993 la più grande fabbrica di auto FIAT d'Europa, con oltre 7.000 addetti e con una produzione annuale di circa 450.000 vetture. Ultimamente, la FIAT di Melfi si è focalizzata sulla fabbricazione della Grande Punto e della Grande Punto Abarth. Ci sono, inoltre, circa 30 aziende collegate all'indotto FIAT, tra cui Magneti Marelli, Tower Automotive, Benteler, Proma e Lear. Altro importante impianto industriale è quello della Barilla, realizzato nel 1987. Le Officine Grandi Riparazioni delle Ferrovie dello Stato, che impiegavano circa 200 unità lavorative, sono state invece smantellate nel 2005.
Prodotti Tipici
Il piatto tipico per eccellenza della città di Melfi è la cosiddetta maccuarnar, ovvero tipo di pasta fresca preparato con una specie di matterello in metallo dotato di lame afilate che consente di ottenere maccheroni (da cui il nome dialettale) con una tipica sezione quadrata. Si condisce con sugo di coniglio o maiale. Altro piatto distintivo della cucina del posto sono le lagane di castagne. Le lagane sono una varietà di tagliatelle a base di farina di grano duro con un diametro di circa un centimentro, ottenute da una sfoglia circolare. Questo tipo di pasta viene preparato con farina di castagne, sale, uova, latte, burro, caciocavallo e pecorino grattugiato. Molti sono anche i dolci tradizionali preparati soprattutto per le feste come la Pasqua e il Natale, da ricordare la "carteddate" o scartellate dolci di farina fritti e intrisi di miele o vincotto, le "zeppole" (biscotti rigati con il buco al centro) e da non dimenticare i calzoncelli (piccoli panzerotti ripieni di un impasto di cioccolato e mandorle o di castagnaccio) ed i dolci di castagne.
Manifestazioni
- Corteo Storico Federiciano - nato nel 1997, è un evento che si tiene nell'ultima settimana di ottobre e rappresenta le attività più importanti svolte da Federico II a Melfi. Si celebra nei giorni di venerdì, sabato e domenica dell'ultima settimana di ottobre. Il venerdì vi è l'arrivo dei falconieri al castello e viene dato l'annuncio della manifestazione per le vie della città. Il sabato mattina c'è il raduno dei falconieri provenienti da tutta Europa e si dà inizio alla gara di caccia con i falconi. In serata i falconieri lasciano spazio a danze e musiche medievali per le vie principali della città. La domenica mattina si riprende la caccia e nel pomeriggio si assiste al corteo dell'imperatore Federico II, dei Crociati, delle dame e dei cortigiani per le vie della città. Dopodiché si ritorna al castello per effettuare la cerimonia di investitura di un cavaliere secondo il diritto normanno e viene disputato il torneo medievale degli antichi casati di Melfi che si affrontano a duello per poterfiume Ofanto vincere il palio. L'intrattenimento prosegue con mangiafuoco, odalische e danzatrici. L'evento termina con degustazioni del vino Aglianico del Vulture e di prodotti come castagne e maiale.
- Sagra della Varola - si tiene da quasi 50 anni nel penultimo week-end di ottobre in Piazza Umberto I. Protagonista della festa è il tipico "marroncino di Melfi", che viene cotto in un recipiente bucherellato chiamato varola (da cui è stato preso il nome). Oltre alle caldarroste, viene offerto l'Aglianico ed esposti prodotti a base di castagne, come dolci e gelati. Il tutto viene allietato da spettacoli, gruppi musicali e danze.
- Festa dello Spirito Santo - conosciuta anche come la Pasqua di Sangue, è la festa più antica di tutta la Basilicata. Giorno di Pentecoste, rievocazione del ritorno dei cittadini nella città dopo il saccheggio francese (22-23 marzo 1528), con pellegrinaggio sul Monte Vulture, sfilata del corteo storico per le vie della città e spettacoli di sbandieratori e cavalieri in costume.
- Rally del Vulture - gara automobilistica che parte da Melfi e coinvolge altri comuni come Atella, Bella, Rapone, Rionero, Ruvo del Monte, San Fele e città di altre regioni come Lacedonia (Avellino) e Rocchetta Sant'Antonio (Foggia).
- Festa delle Pannedduzze - celebrata l'8 dicembre, consiste nella distribuzione del tipico pane azzimo di origine albanese. Tutto ciò risale al momento dopo l'eccidio francese del 1528, quando la cittadina venne ripopolata da una colonia di albanesi venuta a Melfi per un editto dell'imperatore Carlo V. Questa colonia introdusse questi piccoli pani azzimi, distribuiti durante la messa.
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